venerdì 8 gennaio 2016

Satyam

Sono convinto che se dovessimo riassumere con poche parole l'opera artistica di Satyam basterebbe riflettere sul senso recondito dell'aforisma “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, pronunciato dal chimico Antoine-Laurent de Lavoisier. Affermo questo perché, per l'artista, tale trasformazione immanente sta ad indicare come tutte le verità e le concretezze tangibili del mondo, anche quelle in apparenza distrutte o abbandonate, per l'uomo possono riassumere nuovi significati se rivestite simbolicamente e quindi ritornare ad essere utili. E' chiaro che Satiam va oltre la dimensione del concetto di riciclo in termini semplicemente ecologistici per concentrarsi attivamente sull'influenza che la riesumazione di materiali scartati ha sulla psiche dell'essere umano, sotto il profilo interiore. In questo modo si concretizza la possibilità di meditare sul nuovo utilizzo dei materiali esistenti, magari trasformati in altre forme, ma soprattutto sul significato storico e sociale che questi contengono. Essi sono dunque il pretesto per una riflessione intellettuale e spirituale: partendo dal ritroso memoriale, gli oggetti e gli elementi naturali rinati facilitano nell'uomo la capacità di addentrarsi in profondità nei ricordi, negli aneddoti e di rievocare sensazioni ed emozioni nuove, traendone insegnamenti per il futuro. Questi elementi/oggetti stimolano dunque una ricerca del tempo perduto, o meglio dei pensieri perduti, sia sul piano collettivo che su quello individuale (basti pensare a certi strumenti di uso quotidiano, come la caffettiera, la quale ti fa pensare, allo stesso tempo, sia al periodo storico in cui è stata creata ed usata, sia alle personali e piacevoli sensazioni familiari regalate dai momenti in cui si beve il caffè assieme ai propri cari). Satiam non compie un'operazione “amarcord”, bensì un tentativo di auto-riflessione capace di stimolare e rigenerare l'uomo cosicché egli possa evolversi verso il domani conscio di una rinnovata forza morale. L'artista quindi attribuisce al suo operare una volontà sia sociale ed educativa, tutta protesa ad intervenire sull'io più che sulla società, sia una dimensione quasi terapeutica, come si evince guardando i suoi lavori, nei quali, allontanandosi dalla bieca museizzazione, magari modernariale, si concentra su un'interpretata trasformazione. 
Tale concezione intellettuale è il frutto di una lenta maturazione da parte dell'artista, il quale vi è giunto tramite diversi passaggi, come la giovanile pittura figurativa di genere, lo studio dei grandi artisti, che si è tradotto in un robusto ciclo di loro ritratti, l'utilizzo del collage accostato alla pittura, l'uso della tridimensionalità pittorica data dall'applicazione di oggetti sulla tela e gli accumulo a tuttotondo. Non va dimenticato che queste progressioni artistiche non provengono dai soli approfondimenti artistici, ma sono anche il prodotto di numerosi input derivanti sia dalle sue professioni, come, ad esempio, quella di terapeuta e di artigiano di maschere,  che dalla sua passione per le altre culture e popoli che egli ha conosciuto grazie a numerosi viaggi. Una sinergia biografica  in cui emergono la personalità, sensibile ed introspettiva, la cultura e la manualità dell'artista.
Questa evoluzione riflessiva proposta da Satiam ci induce quindi a meditare oltre le apparenze, travalicando gli schemi ed i preconcetti per cercare di carpire il nostro Io attraverso la rigenerazione del lato sensibile, liberandolo dalla contingenza e rivestendolo di nuovi significati. Si tratta di una sorta di resurrezione di oggetti e/o elementi naturali ritenuti socialmente e culturalmente morti, perché considerati immondizie e scarti, a cui l'artista infonde una nuova vita, e dunque nuova dignità, cosicché essi possano risuscitare, o suscitare, le sopite ed inconsce emozioni dell'essere umano. Tale ripescaggio storico non solo tramuta gli oggetti oramai inanimati in qualcosa di vitale, ma li addensa di valenze simboliche che hanno il compito sia di far riflettere lo spettatore che di indurlo anche ad evadere mentalmente. Infatti, gli elementi naturali, come sassi, foglie e conchiglie, oppure antropici, come oggetti di uso quotidiano o rimasugli di prodotti industriali scartati, si tramutano in allegorie dirette, ovvero comprensibili, o indirette, cioè più criptiche, che l'artista accosta creando delle variegate, eterogenee ed equilibrate agglomerazioni. La  dimensione esemplare di questi accumuli dai tratti tridimensionali è poi arricchita anche dai contenitori in cui essi sono inseriti: le scatole. Queste ultime hanno la funzione di isolare gli  oggetti/elementi dal luogo circostante in cui originariamente si trovavano, ed in cui si davano per scontati, ed inserirli in un nuovo spazio ideale ed atemporale che ne aumenta il dato sia visivo che percettivo e perciò riflessivo. Queste opere sono da intendersi come la summa dei rimandi biografici di Satiam, degli interessi culturali e degli aneddoti di vita, derivati dai viaggi, delle frequentazioni e delle esperienze culturali e religiose, come si intuisce osservando, ad esempio, le iconografie appartenenti ad altre credenze o tratti di pigmento nero che rimandano ad autoctone spiritualità. E molto spesso le opere rievocano persino le ironiche ponderazioni che l'artista compie in merito ad eventi che lo hanno colpito in prima persona o che rimbalzano  agli altari della cronaca globale.
Ma non è tutto. Queste agglomerazioni per Satiam si trasformano anche in epigoni di arteterapia:  l'impegno intellettuale e la manualità esecutiva che richiedono le trasformano in un mezzo curativo per l'artista stesso, in quanto, mentre le costruisce, lo aiutano a rigenerarsi dal suo lavoro ed a riacquistare l'equilibrio interiore.
E' chiaro che queste opere, sebbene complesse sotto molti punti di vista, non sono il traguardo della poetica di Satiam, ma si trasformano in basi per ulteriori sperimentazioni della sua creatività artistica e della sua intellettualità, tanto da divenire, come afferma egli stesso, “...un'espressione di verità poliedrica, in costante cambiamento, in costante evoluzione” volta alla comprensione, e perciò alla crescita, delle realtà sia minute, intime e personali che  collettive ed universali.

Franco Donati

E' facile, quando si osserva un'opera calcografica, cadere nell'equivoco percettivo di contemplarla solo sotto il profilo visivo, magari soffermandosi unicamente sulle corrispondenze mimetiche dell'immagine, rimanendo affascinati dalla super-artigianalità e tralasciando la dimensione sensibile che questa evidenzia prepotentemente. Affermo questo perché il virtuosismo tecnico non si può ritenere e considerare il fine supremo dell'incisione, bensì il mezzo espressivo, da coltivare ed ampliare sempre, che permette di  rappresentare visivamente all'unisono sia la pregnanza del soggetto sia l'anima ed i pensieri dell'artista. Se ciò non accadesse, l'incisione diverrebbe cesello sopraffino, ridondante manierismo, esasperazione virtuosa, ma rimarrebbe solamente un prodotto  debordante verso l'artistico artigianato, magari decorativo, come sembra apparire da certe recensioni in cui è contemplato solamente il segno, come se questo fosse l'unico carattere distintivo dell'incisore. La calcografia, quando è arte, non può solamente “apparire” ( immagine), ma, prima di tutto, deve “essere” (vera idea): solo così il segno incisorio si tramuta da solo atto esecutivo in manifestazione dell'intellettualità  e della personalità di un artista nonché  testimonianza dell'evoluzione del genere umano. Dunque l'essere in ambito artistico si sostanzia di un amalgama composto di biografia, interiorità, intellettualità, ricerca, sperimentazione, studio, spirito di osservazione, apertura mentale e capacità. E Franco Donati manifesta queste caratteristiche. Infatti egli intende l'arte come una vitalistica azione quotidiana che lo porta sempre a ricercare e perciò ad evolversi. Un atto quindi, interpretando le parole di Ralph Waldo Emerson, foriero di positiva creatività che soddisfa quel desiderio di essere un tutt'uno con la natura e la realtà, di sentirsi in armonia nel proprio privato e con l'ordine sociale nonché di avere la capacità di  oltrepassare i propri limiti: insomma avere fiducia in sé e nelle proprie capacità. Questo affrontare la vita con "self-reliance" (fiducia in sé), genera in Donati un ottimismo realista che gli permette di raggiungere i suoi obiettivi anche partendo da una circostanza talvolta negativa. Partendo da questi presupposti, l'artista attribuisce quindi all'arte la funzione di scandagliare la sua interiorità cercando di carpirla per poi decodificarla attraverso un surrogato concreto. L'arte quindi diviene un viatico con il quale egli può osservare  i sentimenti, le sensazioni ed i  desideri prodotti dal suo pensiero. E' chiaro che per fare ciò, Donati si allontana dalla roboante retorica, per concentrarsi su una modalità introspettiva, quasi dimessa, colloquiale e, per renderla più fascinosa, dal piglio simbolico. Ecco perché i suoi soggetti, a prescindere dalla rappresentazione esteriore, in ultima analisi celano, con sfumature variegate e romantiche, l'artista stesso, stabilendo così una nascosta similitudine tra il suo io e l'immagine raffigurata. Questo accade in quanto i riverberi provocati dai moti sia del suo mondo interiore sia di quello esteriore  sulla sua biografia sensibile sono il vero soggetto ideale dell'artista: paesaggi, nature morte e ritratti traslano le loro evidenze visive per divenire megafoni del suo recondito spirito. Per rendersi conto di questa trasposizione del suo io all'interno dell'immagine,  basta guardare le opere con occhi liberi, per scorgere come le rappresentazioni allusive e spesso surreali dei sui soggetti raffigurati, lo sfondo privo di riferimenti spaziali e storici nel quale è inserito un corollario di  segni/simboli per capire che esse altro non sono che manifestazione allusiva dell'introspettività ispirata di Donati d'innanzi alle cose del mondo che attraversano la sua vita. Tenendo conto di quanto afferma egli stesso nella frase: “L'acquaforte è la prima scrittura, l'acquatinta e la marmorizzazione sono la parte pittorica dell'opera, la puntasecca finale eseguita a mano o con un elettroutensile, sono i neri assoluti che danno rilievo, danno voce al segno dell'acquaforte.”, si può dire che la calcografia è il mezzo tecnico ed esecutivo da lui individuato per iconizzare queste sue  sopracitate istanze interiori. Evocando la scrittura come primo atto creativo, sembra che il tentativo dell'artista sia quello di decodificare ciò che sente e prova. Sarebbe ingannevole fermarci solamente a questo solo dato oggettivo, perché Donati non vuole offrirci un unico punto di vista,  ma, attribuendo all'opera, in base anche all'apparato di immagini, un carattere argomentativo, desidera che ognuno di noi possa individuare una sua idea. Come nella poesia, l'incisione in funzione collettiva diviene segno corale dell'uomo.

Antonio Del Donno

         
    Se dovessimo classificare l'Arte, soprattutto quella contemporanea così multiforme, la potremmo inserire, seguendo una traccia aristotelica, all'interno di tre sostanziali categorie: la prima intimista, la seconda sperimentalista e la terza sociale o sociologica. Subito, però, ci accorgeremmo che queste tipologie non sono a compartimenti stagni, ma fra di loro si possono intersecare, sovrapporre e aggregare. Ciò avviene perché gli artisti, secondo le volontà e le necessità interiori o pratiche, decidono di far prevalere l'una sull'altra oppure le fondono in un costrutto amalgama. E osservando le opere del maestro Antonio Del Donno si comprende come egli persegua proprio quest'ultima modalità, tramite la quale, però, l'artista sente il bisogno di infondere nei suoi lavori un rimando all'attualità, tanto che potremmo palare di “attualismo deldonniano”, facendo emergere in tal modo da questa unione una latenza e una propensione verso istanze sociali.
        Allora si comprende come per Del Donno l'arte sia l'unico vero mezzo che permetta la ricostruzione dell'identità umana, che dunque diviene il soggetto ideale del suo fare artistico. In questa epoca fluida, come afferma Z. Bauman, nella quale l'uomo ha perso i suoi riferimenti morali e culturali,  l'artista, esaltando le critiche alla società e scagliandosi contro le negatività attuali, le miserie della vita quotidiana e false mode che portano all'omologazione, vuole riscattare la società per far sì che si possa ritrovare la perduta concretezza.
            Del Donno dunque ha concepito l'opera d'arte sul piano teorico come viatico creativo che gli ha permesso di essere libero da ogni costrizione ed impedimento e capace di generare una pulsione ed una forza tali da indurre alla comprensione ed alla ponderazione lo spettatore. Egli ha così creato un personale mezzo espressivo, tra cui spiccano metafore ed allegorie che lo hanno portato, da un lato, ad iconizzare sia bidimensionalmente che tridimensiolmanlente (giungendo  talvolta alle grandi dimensioni delle installazioni) i suoi pensieri e le sue riflessioni più interne su un determinato soggetto ideale o tema contemporaneo, dall'altro, a coinvolgere lo spettatore nel processo attraverso il quale egli fa emergere in lui la propria conoscenza nascosta o sopita.
            Infatti l'artista grazie alle metafore, intese come un trasferimento di significato o sostituzione di essenza, mira a stupire lo spettatore con immagini dalla forte carica espressiva ed emotiva,  mentre usando le allegorie, in cui qualcosa di astratto viene espresso attraverso un'immagine concreta, cerca di indirizzarlo verso interpretazioni razionali di ciò che è sottinteso nell'opera.
            E così come la società odierna è priva di punti fermi, Del Donno per realizzare queste sue istanze intellettuali non si è fossilizzato su una sola modalità espressiva ed esecutiva, ma si è servito di una strutturata progettualità mentale, supportata da una consistente artigianalità costruttiva, unitamente ad un variegato uso di tecniche, materiali e supporti, che gli ha permesso di far trionfare la funzionalità necessaria sulla sola e costringente estetica (sia visiva che contenutistica), e di sentirsi libero di ricercare e di sperimentare. Egli ha creato dunque una personale maniera di creare  le opere, le quali appaiono sempre attuali ed intrise di armonia ed equilibrio anche quando si presentano volutamente percorse da crasi e contrasti visivi. Non c'è da stupirsi dunque se i lavori di Del Donno sembrano apparenti sfondi teatrali in cui materiali di uso comune - come vetro, legno, metallo, plastica – o figure geometriche, dalle valenze simboliche, spesso debordanti in accenni architettonici, campiture o squarci di colori dal timbro espressionista,  o ancora fotografie, collage, scritte sono sapientemente fusi, accostati, modificati e sovrapposti fra loro per dar vita  ad un solo spazio addensato di pensieri ed impulsi.
            Basta quindi osservare un'opera di Del Donno per capire che ci si trova d'innanzi ad un artista che non si può ascrivere ad una sola categoria esecutiva/creativa, anzi, ogni qualvolta si individuano nei suoi lavori rimandi allo spazialismo, all'astrattismo nonché al simbolismo, li comprendiamo solo in parte. Egli compone un unicum denso di idee, di atteggiamenti, di ironie, di emozioni, di sensazioni e di intenzioni che attrae ed affascina lo spettatore, inducendolo ad una interazione istintiva e cognitiva così forte che favorisce in lui pregne valenze.

domenica 28 giugno 2015

Enrico Covelli

       Enrico Covelli è senza ombra di dubbio un artista intimista, perché concepisce l'arte come un suo stato interiore in continua mutazione ed evoluzione tale da favorire una comunicazione viva tra lui e le altre persone. Ecco perché durante tutta la sua giornata, egli è pervaso da pensieri, stimoli euforici, energia e pulsioni tanto intensi, che sente la necessità di concretizzarli il più velocemente possibile sulla tela. E' così percorso da questi tumultuosi stati d'animo che si ritrova a dover dipingere anche di notte: questo infatti è proprio il momento da lui individuato come congeniale in quanto l'attutimento dei rumori e l'allontanamento dalle confusioni del giorno gli favoriscono la concentrazione. Ma non solo. Lo scorrere delle ore e l'avvento dell'alba mutano in lui la percezione della luce e dei colori provocandogli sensazioni così forti che, giunta mattina, egli si trova a trarre dal quadro nuovi spunti creativi rispetto a quelli iniziali.
Questo suo agire così istantaneo, che lo porta a  catalizzare sulla tela i pensieri, favorisce uno sperimentalismo ideale e creativo, il quale si focalizza in particolare sulla ricerca di nuove forme dall'impianto sia simbolico che emozionale. Le sue opere quindi sono da intendersi come un'istantanea del suo Io più profondo, fatto di intimità, riflessioni ed a volte anche irrazionalità, che si mostra poi al fruitore per stabilire un legame affettivo in grado di sollecitare il suo cuore e la sua anima. Ulteriore conferma di come l'arte sia legata a doppio filo con la biografia dell'artista la si riscontra nell'individuazione della donna come soggetto ideale: ella, oltre a diviene simbolo sia di spiritualità che viatico di interazioni interpersonali, quando è raffigurata in trilogia, cela o manifesta, in base alle necessità evocative, una dimensione prettamente familiare che si identifica nell'idealizzazione delle sue tre figlie, alle quali egli è molto legato. Questo archetipo femminile è così profondamente radicato in Covelli da divenire per lui fonte di ispirazione nonché soggetto da  amalgamare con eventuali altri temi.
Così facendo, l'artista mostra una notevole versatilità e volontà espressiva, che egli declina principalmente su due versanti: l'uno figurativo e l'altro astratto. Nel primo modo, l'artista, raffigurando personaggi suggestivi o protagonisti di racconti d'evasione per ragazzi, provenienti da favole, fiabe e fumetti americani, è alla ricerca di un'aura contemplativa che possa far distrarre le persone di ogni età, perciò anche lui stesso, dalle brutture della realtà concreta, e catapultarle in un mondo meraviglioso, leggendario ed epico che infonda sicurezza e felicità. Nel secondo modo, egli, per la semplicità, l'immediatezza e la velocità esecutive, invece può liberarsi delle proprie irrequietezze interiori, che altrimenti esploderebbero al suo interno, e dar sfogo ai suoi impeti. Se  nella modalità verista trasognante l'artista anela a conturbanti e rasserenanti istanze, in quella astratta sembra individuare una formula terapica per quello che il suo animo non è riuscito a far  defluire e decantare, in modo da giungere ad una catarsi che egli assapora alla conclusione dell'atto creativo.
Grazie alla capacità di incanalare sul supporto questa sua energia propulsiva nonché di esternare il suo piacere pittorico, Covelli, sul piano comunicativo, riesce a colpire anche l'io dello spettatore, traviandolo. Questo gli riesce, in particolar modo, nelle opere ideali, perché l'immediatezza del gesto, seppur inconscia, risponde ad una sua innata capacità di comporre insiemi pittorici sempre in equilibrio ed armonia fra le parti e dalle valenze simboliche. E la tecnica visiva che egli usa per attrarre l'osservatore, è la grafica: essa, caratterizzata da una forte incisività evocativa, è tanto evocativa, precisa e fluida nel figurativo, quanto espressiva e scattante nell'astratto. Ma in quest'ultima modalità espressiva, si assiste ad un aumento della dimensione  emblematica: una miriade di neri segni si mescolano sino a dar vita ad un amalgama composto da alfabeti, innumerevoli scritture, forme ed immagini, nonché formule matematiche, che, allo stesso tempo, racconta, descrive ed argomenta i soggetti cari all'artista, e che, quando serve, si ammanta di energie e patologie (nel senso etimologico del termine) provocate dall'aggiunta del colore rosso.
Covelli dunque, attraverso le intrinseche capacità benefiche dell'arte vuole che l'uomo sia felice e perciò lo sollecita per indurlo alla serenità ed alla integrità morale, in modo da liberarlo dalle negatività  e dalle miserie che lo circondano.

giovedì 18 giugno 2015

Iurie Braşoveanu

           
           Dialogando con Iurie Braşoveanu si percepisce come egli sia un artista colto raffinato e, soprattutto, una persona gentile il cui animo è intriso da una intima spiritualità. E guardando le sue opere si ha la conferma tangibile di questa sua personalità: esse sembrano gravitare in un'atmosfera sospesa, in uno spazio smaterializzato ed astratto e sono percorse da un senso di misticismo e di sacro. La trascendentalità che pervade i suoi lavori deriva dal fatto che egli considera l'arte come il mezzo interiore per estraniarsi dalla realtà e fluttuare in un altro mondo, fatto di pacatezza e di serenità nel quale egli possa riflettere sui grandi universali umani, emozionarsi sulle vicissitudini della vita e ricordare momenti colloquiali e familiari passati.
            Alla luce di ciò, appare chiaro che per l'artista il soggetto ideale, da cui egli trae spunto per estraniarsi dalla realtà quotidiana, è la realtà stessa. Tutto il suo lavoro è pur sempre il frutto di una rielaborazione personale del suo vissuto e della sua biografia o di quello che lo circonda, sia esso materiale o intellettuale. In tal modo l'arte assume anche una duplice valenza: la prima, diviene viatico terapeutico che permette, tramite l'evasione, una via d'uscita dalle negatività della vita; la seconda, è segno concreto e testimonianza dell'uomo da  lasciare in eredità ai posteri futuri.
            Tale concettualità in Braşoveanu è maggiormente rafforzata dal fatto che egli è anche valente pittore, o per meglio dire “scrittore” (in quanto la parola di Dio nella tradizione veniva appunto scritta con l'immagine, mediante un linguaggio codificato da secoli), di icone. Affermo questo perché sin dalla loro creazione le icone sono da intendersi come una preghiera visiva tale da condurre gli artisti a vivere in rettitudine, a sviluppare una esecuzione quasi rituale e a dialogare con la spiritualità....insomma acquisire la capacità di estraniarsi dal mondo materiale.           
            E per cercare di esprimere al meglio questi temi, si avvale di una suggestiva fusione tra il figurativo realista, che gli deriva dalla passionalità verso geni dell'arte come Michelangelo o Leonardo, ed il simbolismo. Quest'ultimo però compare sotto forma di un fascinoso amalgama impostato sulla modificazione-mutazione delle forme reali o sulla fusione di queste con altre, oppure si riverbera, emergendo in alcune particolari figure concrete, come animali, elementi antropici o naturali (tra cui vegetazioni, alberi e frutti), che seppur dotate di significato autonomo, si arricchiscono di  altri concetti e recondite sfumature, come nel caso, ad esempio, della mela, la quale, tra i vari significati, diviene simbolo di perfezione e del divino.
            Anche la tecnica, sebbene egli sia artista capace di padroneggiare svariate modalità di esecuzione, è funzionale ad esaltare la ricerca artistica e le aspirazioni umane di Braşoveanu: infatti egli si avvale di una personale interpretazione del tratteggio grafico, che, scorrendo in modo continuo su uno sfondo bianco, permette alla nera china di creare visioni dal forte effetto chiaroscurale, impostato su contrasti e gradazioni tra immagini e sfondo, dall'intenso valore simbolico (non è un caso che la dicotomia bianco-nero rievochi nell'artista quella tra vita e morte).    
            Dunque siamo in presenza di un poeta dello spirito, il quale però per esprimersi ha tralasciato la parola in favore della pittura che è pregna sia di un'aura metafisica tipica, sul piano etnografico, degli artisti dell'Europa orientale abituati a vedere il mondo in modo verticale (basti pensare a Marc Chagall) tanto che tutti i suoi soggetti gravitano sospesi a metà tra terra e cielo, sia di una dimensione apotropaica che si identifica nell'eterna lotta tra il bene ed il male, dalla quale tende ad emergere, nonostante tutto, sempre una propensione al positivo.
            Concludendo, nell'esprimere il piacere di aver conosciuto un artista così profondo, ritengo pregne le parole del gallerista Andrea Lucchetta titolare della Galleria Elle a Preganziol (Treviso), nella quale Iurie Braşoveanu ha esposto recentemente, il quale ha affermato “... Braşoveanu è un artista di grande interesse, che per la sua poetica ha portato lustro alla galleria e l'ha fatta crescere sul piano culturale...”.  

giovedì 16 aprile 2015

Ivo Mosele

Molti artisti, nel corso della loro carriera, hanno cercato di individuare una modalità creativa, o una peculiarità pertinente al proprio lavoro, che li rendesse identificabili e riconoscibili da più persone e perciò ricordati nel tempo. Insomma pittori, scultori, incisori, poeti ed architetti, solo per citare alcune classificazioni, hanno cercato, attraverso la concretizzazione del loro messaggio intellettuale, di lasciare la propria traccia nella storia. Il ricordo e l'attribuzione sono  dunque fondamentali per un artista e questo ce lo rammenta anche Ugo Foscolo, che nel sonetto “A Zacinto”, afferma che l' “inclito verso” di Omero è così importante, visti il suo valore testuale nonché  la grande reiterazione dei poeti, da renderlo lungo lo scorrere del tempo...immortale. 
Questa situazione si verifica anche oggi a prescindere dai mezzi e dai linguaggi usati nell'arte e indipendentemente dal fatto che questi siano “tradizionali”, come la pittura ad olio, o “contemporanei”, come performaces, provocazioni e arte multimediale.  
            Anche Ivo Mosele, avvalendosi della tecnica incisoria alla maniera nera, unitamente alle sue intenzionalità culturali ed artistiche, è riuscito a creare uno stile personale che lo ha reso riconoscibile e perciò, possiamo dirlo, inclito, ovvero degno di fama. Tale distinguibilità in lui si è resa ancora più evidente dalla volontà di usare come proprio mezzo espressivo una tecnica calcografica diretta, la maniera nera appunto (inventata dal pittore dilettante tedesco  Ludvig von Siegen 1609-1680), che dalla metà del XIX secolo è stata sempre meno praticata, perché considerata, scioccamente, strumento non più capace di generare arte, e di evolverla attraverso una sua personale e ponderata rielaborazione, rendendola più che mai funzionale. 
            Dunque per comprendere in modo esteriore perché Ivo Mosele sia ritenuto inclito è sufficiente ammirare a colpo d'occhio i suoi splendidi lavori; ma se si vuole intuire in profondità il senso di questo aggettivo, è necessario capire il ritroso che si cela dietro ogni opera, il quale per altro ci permette di intenderla in modo pregno, e cogliere quali sono le intenzionalità e le idee che costituiscono il mondo creativo di questo artista, a partire dal significato primo di Arte. Quest'ultimo infatti per egli si sostanzia nella ricerca di armonia ideale, tesa a permettere al fruitore di comparare elementi divergenti fra loro all'interno di uno stesso tema e, interpretando alcune riflessioni di Socrate nel “Ippia Maggiore”, di manifestare, come afferma S. Zecchi, una “convenienza, ovvero un rapporto tra le parti e il tutto, in cui l'unità s'impone sulla molteplicità delle parti”. Perciò l'armonia è in grado di ordinare gli elementi ad un livello tale che chi li guarda può stabilire una relazione con le volontà dell'artista.  Ma  non è tutto. Infatti, oltre all'armonia, che secondo il testo e la filosofia socratica è uno degli elementi che compongono la triade dalla quale trova origine il senso del bello, all'artista, per completare la sua idea di arte, interessano anche gli altri due elementi: la simmetria, per l'equilibrio tra due elementi, e la regolarità, intesa come ripetibilità di un elemento.
            Conseguentemente, Mosele vede nell'arte anche la possibilità di mostrare riflessioni e sentimenti, stati d'animo, contrarierà e disagi interiori sulle cose del mondo, sia che queste appartengano alla quotidianità più banale o ai grandi universali dell'uomo, cercando di far emergere il proprio pensiero su di esse e di proporlo, sotto forma di dialogo, allo spettatore. Ma l'opera di Mosele non è di semplice comprensione, infatti, come avverte egli stesso, l'osservatore deve possedere una “grammatica” visiva che gli permetta di andare al di là del banale approccio per poter carpire ciò che egli pensa su un determinato argomento delle cose della vita. Infatti l'artista nel tentativo di offrire molteplici angolazioni su un ideale soggetto colto dalla realtà, si avvale di un suo personale mezzo espressivo, che a buon diritto si può considerare il suo stile. Esso si struttura su un'intima interpretazione del surrealismo, movimento da cui è attratto fin da giovane, che egli intende come un processo psichico attraverso cui poter associare liberamente all'interno di un'unica opera immagini differenti, senza freni sociali o culturali, esaltate da ironia e paradossalità, qualità tipiche della sua personalità, a cominciare dal titolo, spesso in apparente disaccordo logico con il lavoro. Così facendo, l'artista crea una sorta di racconto sempre in evoluzione il quale, partendo da un'idea “pescata dalla vita” come egli stesso afferma, lentamente si evolve, si fonde, si trasla per originare uno sfaccettato universo iconico in cui, da un lato, è sempre possibile individuare le tracce delle figurazioni precedenti, grazie ad un attento ensamble di trasparenze tra le immagini accostate, e, dall'altro, si può cogliere l'insieme armonico sia visivo sia concettuale che questo apparente marasma racchiude.
            Lungo lo scorrere del tempo, e soprattutto in quest'ultima fase creativa, i suoi lavori si sono anche arricchiti di una costellazione di simboli che, intrecciandosi, apparendo e scomparendo all'interno  di una stessa lastra, hanno amplificato il conturbamento dell'opera.
            L'osservatore dunque davanti ad una incisione di Mosele, sebbene egli non percorra nessuna intenzionalità sociale diretta, non può che rimanere educato, nel senso di essere attirato, provando curiosità, ansia, angoscia, divertimento, insomma forti emozioni e sensazioni suscitate dalle riflessioni che l'artista gli pone sotto gli occhi. Questo accade perché egli per mostrare il suo punto di vista sulla realtà che lo circonda, chiama in causa le sue tre componenti fondamentali: la natura, l'uomo e i prodotti-manufatti di quest'ultimo. L'impiego di questi soggetti, a cui ha attribuito, o da cui ricava valori e spunti, quali la onnipresente positività nel primo e la variabilità negativa e/o positiva generata dal secondo e/o provocata dal terzo, permette all'artista di mostrare il suo pensiero, spesso espandendolo e variegandolo tramite la serializzazione implicita nella tecnica della “sua” maniera nera. Quest'ultima però non è il solo mezzo tecnico espressivo che Mosele conosce. Egli è infatti eccellente pittore e calcografico versatile, ma la maniera nera è parte integrante della sua creatività per concretizzare i suoi intenti artistici, e l'ha scelta come strumento prediletto proprio perché essa gli permette sia di riprodurre velocemente evadendo dalla sua puntigliosa e particolareggiata pittura (infatti mentre lavora si fa anche influenzare dalla musica in sottofondo stabilendo in tal modo sintonie con i soggetti dei suoi lavori) sia di trasferire il tonalismo sulla lastra, gradando i grigi. Così facendo, partendo da un'iniziale emozionalità dovuta all'inizio creativo, Mosele riesce a controllare o, per meglio dire, possedere, l'evoluzione dei suoi lavori, anche quando essi appaiono casuali.
            Concludendo, credo che la mostra che si è inaugurata presso la Galleria “Luigi Sturzo” a Mestre, dal titolo “Tracce e trasparenze”, offra al pubblico non solo la possibilità di rendersi conto del virtuosismo di Ivo Mosele nel campo incisorio, ma anche di come egli per la sua profondità intellettuale ed il suo stile inconfondibile si possa definire, senza timore di essere smentiti, un artista di “inclita” individuabilità.

giovedì 19 marzo 2015

Luigi Rizzetto

Caro Luigi,
            E' da quel premio jesolano da te vinto, e oramai lontano nel tempo, che ho il piacere di ammirare il tuo excursus artistico e di cogliere, come spesso accade nei nostri dialoghi, la tua gentilezza d'animo e la tua sensibilità. Perciò provo sempre fervido piacere quando ho l'opportunità di argomentare sulla tua pittura, come in occasione della tua conturbante - credo che questo sia l'aggettivo giusto - mostra personale inauguratasi presso la galleria L. Sturzo a Mestre.
            Ammirando le tue opere, ancora una volta, ho colto come tu sia un artista dalla profonda interiorità in quanto cerchi di esprimere i tuoi sentimenti, le tue emozioni e le tue riflessioni più profonde attraverso un dialogo con la circostante realtà. Di essa, però, non ti interessa il dato superficiale, ma quello più nascosto, recondito, insondabile che tu riesci a scovare non nella plurima generalità, ma nel mistero che si cela dietro la singola cosa, cioè l'assoluto. Parola, questa, formata dal composto latino ab + solutus e traducibile in «sciolto da», che tu rivesti di valenze filosofiche ed interpreti come “realtà la cui esistenza non dipende da nessuna altra cosa ma sussiste in sé e per sé” e quindi in grado di trasformare la generica cosa in identificato soggetto, anche questo da te interpretato, letteralmente, come "ciò che sta sotto" alla superficie e perciò pregno di mistero da indagare. E per carpire questo substrato, tu cerchi di stabilire un'empatia, un pathos (in questo caso traducibile come emozione) con questo soggetto percependolo addirittura come una sorta di “noumeno”, in quanto tenti di dipanare il suo arcano, andando “al di là dell’apparenza”. Ed il paradigma soggettuale principale che sostanzia questo legame tra il tuo Io e ciò che ti circonda è l'uomo ed in particolare il suo sguardo. Quest'ultimo è per te un surrogato di enigmi e di recondita essenza delle cose da svelare tanto importante da indurti a considerare come veri e propri esseri umani anche gli elementi inanimati che compongono le tue nature morte, tramutandole, in tal modo, in ideali simboli antropici, evadenti dai rimandi naturali.
            E per iconizzare questo tuo dialogo sensibile, fatto di tentativi di sondare l'insondabile, hai interpretato l'arte come un mezzo espressivo con cui sei riuscito a rappresentare, come affermi,  “almeno pallidamente” questa essenza prima, puntando su una tua personale rielaborazione del realismo. Così facendo si è creata una visione d'insieme tesa a mostrare sia il legame tra te ed il soggetto, posto nel dipinto sempre in primo piano perché evidente allo sguardo, che l'insondabilità  ancora da indagare, incentrata sull'indefinitezza d'atmosfera dello sfondo del quadro. Nel rendere maggiormente evidente questa tua intenzione di cogliere l'algido riflesso dell'essenza, nonché i turbamenti ed il fascino che provi d'innanzi al recondito delle cose, hai permeato le opere anche di un accattivante e funzionale binomio fatto di bellezza pittorica, intrisa di armonia, simmetria, raffinatezza, particolarismo e perfezione, e di silenzio, da cogliersi quale viatico meditativo necessario alla ricerca interiore. 
            I tuoi lavori però non rispecchiano solamente la tua sensibilità, perché, osservandoli attentamente, questi sottolineano anche una raffinata sapienzialità tecnica, impostata su una pittura da studiolo, dove l'olio, disteso lentamente in più fasi, intride ogni singolo dipinto di estrema raffinatezza e calligrafica cura dei particolari. Infatti sei in grado di rappresentare i tuoi soggetti passando con estrema facilità dal disegno, ovvero dal segno che “costruisce capelli e corpi” per farli vibrare con le gradazioni della grana, al “canto del colore” dato dalla pittura, capace di dare materia e corpo al disegno. L'uso del pennello fa poi emergere nei quadri la tua  robusta conoscenza della storia dell'arte, la passione per la tradizione italiana e veneto-lagunare e, soprattutto, il tuo amore per Giovanni Bellini.  Di quest'ultimo ti attraggono la dolcezza d'animo delle figure, la loro plastica, la luce limpida e tersa, i delicati  passaggi tonali che digradano dai morbidi rossi morbidi ai gialli bruciati e sino al verde-oro.
           Continuando ad indagare ancora i lavori, si scopre, grazie al tuo uso esperto della luce che li attraversa in senso diagonale creando triangoli luminosi e luminescenze crepuscolari, come essi siano piccoli mondi composti da piccole cose dalle grandi significanze, le quali, come accade anche nei dipinti belliniani in cui i soggetti sembrano quasi uscire dalla scena per incontrare lo spettatore, si offrono a chi le guarda per fargli palpitare il cuore ancora un solo attimo, un solo istante, prima che siano fagocitate dal buio e perciò incapaci di dialogare ed emozionare.
           Concludendo, vista la tua densità artistica, sono convinto che tu possa considerati un vero poeta e per confermare questa mia tesi, mi sono avvalso della definizione della Treccani.it che alla voce “poeta” riporta: chi ha il gusto e il sentimento del bello, è dotato di fervida fantasia e di particolare sensibilità, tanto da dimenticare facilmente la realtà per l’ideale. A ciò io mi sono permesso di aggiungere “e li dipinge sulla tela per mezzo di matite o pennelli...di piccola misura”.